*

Quanti ricordi sono sepolti dentro di noi, quante tracce. Frammenti di un lontanissimo passato, di cui non abbiamo alcuna memoria cosciente, danno continuamente forma al nostro presente e determinano il nostro futuro senza che possiamo parteciparvi in modo consapevole.
Radici che non penetriamo con la mente, eppure ci percorrono, solidissime, costanti, dotate di pazienza millenaria.
Un déjà-vu, una sensazione fuggevole, un improvviso barlume subito spento – come di riconoscimento, un immediato Sì, mi appartiene, lo ricordo; questo sono io. È tutto quello che ci resta.
Eppure è vicino il mare, con tutti i suoi tesori conservati, come in una teca. Pescarla non si può. Bisognerà tuffarsi.

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Il suo carattere si rivela col tempo. E così le sfumature, toni infiniti che sembrano uscire dalle sue mani come le note del suo violino. Con la stessa imperscrutabile, lancinante, penetrante bellezza. Pericolosa bellezza.

Per due volte in due giorni abbiamo rischiato di perdere tutto. Rompere il filo d’acciaio che lega due, sconosciuti per il mondo l’uno all’altra, immersi in un dialogo esclusivo da mesi ormai. O da secoli. Da millenni. Vuoi ancora farlo? Sì. Non chiedermelo più. E io so che è vero, che questo dice la sua anima. Lo vedo benissimo. E so anche quanto è difficile, quanto la sua vita esterna, e la mia, stiano andando a puttane. Stiamo dando ognuno più di quanto ciascuno di noi potrebbe dare separatamente. E proprio questo è lo scopo, ma andare oltre l’umano, signori, fa male. Spacca.

Passiamo dalla gioia alle lacrime a turno, nello stesso giorno, e anche più volte al giorno, a seconda delle correnti. Sempre risale in me la serena certezza che niente possa mai separarci. È mio fratello, fiamma della mia fiamma, siamo nati insieme. Ma più si va avanti più il gioco si fa duro. Ci viene richiesto sempre di più; e sempre ci slanciamo in avanti, generosamente, e sempre l’ostacolo diventa più alto. Cosa c’è dietro la prossima curva? Vedremo. Hai paura? No.
Come mai sei tornato così presto? Ero vuoto, ero morto. Sono più morto senza di te che con te. È stato un calcolo facile.

Mai nessuno mi ha accarezzato con tanta struggente, piena, lenta dolcezza. Archi impalpabili nell’aria, incisi sotto la mia pelle. Nessuno mai mi ha scossa così forte, ha fatto tremare le mie spalle e il mio petto, senza nemmeno sfiorarmi con un dito. La mia bambina. E poi, ho voglia di scoparti. Succhiami. Questo è l’uomo che ho sposato.

Non sapevamo bene cosa ci aspettava, né io né lui. Ci siamo innamorati come si nasce e si respira, perché non avevamo scelta. Siamo carne della stessa carne. Antichi entrambi. Ma la barra continua ad alzarsi, e nessuno sa quando finirà questa tortura. Nessuno sa quando potremo abbracciarci e vivere insieme serenamente. Per quanto sereni si possa essere quando si ama alla follia. A turno cadiamo, e ci rialziamo. Ci sosteniamo a vicenda, ci mettiamo alla prova a vicenda. Ci spingiamo noi stessi oltre i nostri limiti. Questa è la natura del viaggio che abbiamo intrapreso insieme, per un bene più alto del nostro privato interesse. Siamo soldati. Soldati innamorati. Non è romantico come può sembrare.
Eppure il nostro amore fa impallidire i film d’epoca. Stiamo costruendo un’opera d’arte l’uno sulla pelle dell’altra. Svegliarsi e sentir mancare il respiro perché l’altro è lì, ti entra dentro come una tempesta impazzita, ti trascina. Vuoi soltanto correre fra le sue braccia. Sentirsi dire Prendimi, così, dal niente. Correre via dopo il concerto senza salutare i colleghi, rientrare soli in albergo, Volevo stare con te. Toccami.

Come stanno i tuoi figli? Sopravvivi tutti i giorni, amore mio? Quanto misura il dolore della mia assenza? Come posso colmarlo? Come posso cullarti? Dimmelo tu. Dimmi che posso fare per rendere meno lancinante il tuo dolore, e lo farò. Dimmi come posso aiutarti.

Sei mia moglie, la mia bambina, la mia compagna di giochi. Sei il mio angelo, la mia luce, il mio tormento, la mia estasi.

Sono tua sorella, e resterò con te fino alla fine dei miei giorni. Non mollare.

Lettera a Roberta

Mia cara sorella,

le attivazioni stanno diventando fortissime, magnifiche nella loro forza. Si aprono i portali del tempo, dilatati da noi. Attraverso i nostri corpi una nuova ondata di coscienza sta arrivando, ed è enorme.

Navigo in questa meraviglia a volte soffrendo, a volte immersa nell’estasi, sempre cosciente che il fine ultimo è altro dal momento, e che ciononostante è nel momento che facciamo le scelte che costruiscono il futuro di tutti.

Ti penso, ti sento, e so che presto comprenderai cose necessarie e trascendenti.

Sei bella.

Spiegazioni

È tempo di chiarire la ragione per cui questo blog non è più attivo dall’anno scorso. In realtà, una prima fase di allontanamento si era verificata dopo la chiusura di Splinder; ma la vera cesura c’è stata a marzo 2013. In quel momento si è verificato il mio risveglio. In seguito a quegli eventi, è stato chiaro abbastanza presto che le vecchie modalità di comunicazione non erano più adatte e che dovevo e volevo comunicare in chiaro e con il maggior numero di persone possibile. Un blog anonimo di conseguenza non andava più bene. Ho aperto un profilo Facebook. O meglio: ho cominciato ad usare in modo attivo un profilo che avevo aperto tempo prima progettando di usarlo per altri scopi.  
Continuerò a scrivere qui di tanto in tanto, ma le mie comunicazioni si svolgono ormai su quell’altra piattaforma. E si svolgono appunto in chiaro, e con nome e cognome. Mi assumo ormai la totale responsabilità di quanto scrivo, davanti a tutti. I miei post sono pubblicamente visibili, ad eccezione di pochissime cose (una percentuale trascurabile).
Col tempo ho capito perché c’è stato questo slittamento, da cosa veniva reso necessario e a cosa mirava. Sono felice di tutto quello che sta accadendo e m’impegno a proseguire su questa rotta.
Tutti quelli che mi conoscono potranno trovarmi lì. Vi abbraccio e vi auguro buon viaggio.
A presto 🙂

Lettera ad un amico

Sto infine legando i pezzi.

Proprio i pezzi che mancavano, come l’Inghilterra oppure il Belgio dalla tua cartina. Cartina, come la mappa di cui mi parlasti tempo fa e che ti mancava (“alla mia [energia] manca un vigile urbano” – “il vigile urbano sei tu” – “allora mi manca una cartina”).

Ci sono dei pezzi che manca(va)no. Ripetutamente. Come ripetuti erano gli attacchi del gatto, ieri notte. Un cartello gigantesco messo proprio davanti ai miei poveri occhi. La farfalla è simbolo dell’anima, cazzo, perché non l’ho visto all’istante. Come sono cieca. Sono stata lì a guardare la scena imbambolata, fissa, sentivo cose ma non riuscivo a lasciarle emergere.

Il ritorno. Anch’esso a più livelli come tutto quello di cui stiamo parlando, come tutto quello che ha davvero senso (“se ha una faccia sola, non è la verità”).

Sono due ore che cerco di scriverti questo messaggio. Quando le luci si sono accese intorno agli elementi che aspettavano di venire fuori, il corpo mi ha convocata in meditazione, stavo cominciando a muovermi là nel soggiorno, davanti a Gianluca, e non è bello. Potevo interrompere il flusso ma avrei rinunciato alle risposte. Mi sono alzata e sono andata a meditare in camera, i movimenti da alcuni giorni hanno una precisione che non avevano mai raggiunto in un anno. So che non mi abbandonerà più, e anche che dovrò allenarmi a sostenerla. Mi scoppiava letteralmente il cuore (tachicardia), e lo stomaco.

Perdona la lunghezza di questo messaggio. Sono certa che è a te che devo scriverlo, anche se avrai l’impressione di non capirlo. Lo capirai benissimo. Stai capendo tutto benissimo. Ti manca solo di accettarlo ed aprire gli occhi. Quando ti ho detto “sei ancora in tempo per tornare indietro” ti ho mentito. La tua scelta l’hai già fatta. Tutto sta a vedere fino a dove sarai capace di avanzare.

Il ritorno dicevo. Come l’esagramma che ho estratto ieri, nel giorno della farfalla e del gatto. Come il tuo “eterno ritorno” di oggi. Il ritorno a più livelli, uno dei quali è il ritorno di ciò che è morto. Una delle frasi del racconto del gatto, ieri: “chissà che non si possa ridar vita ai morti”. Altro livello: il ritorno del passato. Schemi passati, vecchie malattie, vecchi pattern da eliminare. Tornano in superficie per essere infine purificati, anche loro. Una nuova guarigione. Ultimo livello del ritorno: quello alla radice. Quello che stiamo tutti facendo ormai.

In meditazione quindi correnti molto forti e movimenti precisi, e ho sentito per la prima volta il movimento rotatorio del famoso III chakra (il ponte). E l’ho visto anche, per la prima volta. Non giallo. D’oro.

Non esiste relazione umana in cui sia uno soltanto ad imparare/attingere. Impariamo sempre in due, ciascuno i pezzi che mancavano. Il mio III chakra è dall’anno scorso in perfetto equilibrio spaziale ed energetico, ci ha pensato kundalini non è merito mio. Ma non ho mai accettato di lasciarlo espandere più di tanto. Ho un rifiuto del (mio) potere. Mi viene dal passato. Sono stata (statO) nell’eccesso di potere almeno in una vita. E sono stato ferito, tradito e ucciso. Non capisco ancora se sia in uno di questi eventi che ci fu la tua presenza.

Stamattina mi sono svegliata lenta e sconnessa. Nausea lieve. Stanchezza. Nessuna voglia di parlare, sopracciglia aggrottate. (Ma anche tantissimo affetto, e infatti mi sono strapazzata la Chiaretta, che per fortuna di suo è incline a questo ed altro. E anche la coreana grazie a dio è una cara fanciulla. Era a dire Sono per i cazzi miei, ma non per questo vi voglio meno bene.) Ogni volta che mi sveglio così so benissimo che al puzzle sta per aggiungersi un altro pezzo, è solo questione di tempo.

Quindi il tuo III chakra, e adesso il mio – che non avevo mai visto. Quanto a me, sei qui per aiutarmi a ricomprendere il senso equilibrato del potere. Questo passo è preliminare e necessario, da lì al cuore (la chiave) la strada è brevissima e diretta. Dal cuore si apriranno poi tutte le porte.

Il passato che ritorna. I vecchi pattern, gli schemi comportamentali provocati dalle esperienze del passato. Il karma (NB la Luna nella quale ci siamo incontrati era, fra l’altro, la Luna del karma). Sticazzi.

Poi c’è l’acqua. Te le ricordi le orme di piedi bagnati del tuo sogno. (È rianalizzando il sogno che ho capito che la scelta l’hai già fatta.) L’acqua è la conoscenza. Ti sei visto rientrare in casa (= dentro di te) portandoti dietro le tracce dell’immersione. Sapendo che sarebbe stato scomodo, e l’hai fatto lo stesso. Poi tu dici “si possono cancellare”, e ovviamente io ti sfotto. Perché è chiaro che ti sfotto se dici stronzate, sono qua apposta per buttar giù i muri – a colpi di martello pneumatico dicevamo. Sarò anche delicata ma non esiste altro modo.

L’istinto che va a caccia dell’anima (la quale sfugge per natura) e inchiodatala al suolo finalmente la divora. Il gatto e la farfalla. Il male allo stomaco, oggi. Il male al centro, al luogo del ponte.

Per aprire definitivamente il cuore devo liberarmi ancora di svariati pesi, e tu mi aiuterai. Mi stai GIÀ aiutando. Il principio dell’osmosi: ognuno cede quanto ha di troppo. Entrambi, infine, perfettamente in equilibrio.

La strada è questa. A questo punto mi auguro buon viaggio, perché io non mi fermo qui. È troppo importante quello a cui devo arrivare.

Ti abbraccio, e perdona se a volte ti sopravvaluto. È un segno di amore.

 

*

Tu non scolori nonostante il tempo,
le tue parole
sono stanze dimenticate
in cui potrò entrare un giorno,
se avrò sangue abbastanza,
se non avrò deviato.

Questo mi resterà:
il senso dei tuoi perché,
separato dal mio,
al mio intrecciato,
Il peso della libertà
e tutta la sua leggerezza,
riunite in un solo
eccentrico
respiro.

 

23 maggio 2013

*

Ci incontrammo nella terra di nessuno,
quando non c’era più nulla da desiderare:
tu con gli occhi così neri e accecati
da racchiudere il nulla
in uno sguardo solo.
Anche così
imparai a tenerti la mano,
come se la neve fosse già caduta,
come se fossi sopravvissuta.
In questo modo barbaro
ci crebbe l’inverno,
sepolti,
in attesa di sole.

26 maggio 2013

Una vecchia riflessione, sempre attuale

Ma tu non puoi, e non dovresti mai, sentirti geloso di me.
[…]
Ricordo che un giorno ero seduta sulla finestra della mia cucina e guardavo verso le colline lontano, bellissime. Ero immersa in una sofferenza atroce. Poi ad un tratto ebbi la chiarezza all’improvviso nella mente: lei non era la mia nemica, perché non era cosa diversa da me. Era una sorella. Soltanto un’altra parte della materia vitale luminosa, potente, di cui tutti facciamo parte. Riuscii ad identificarmi in lei per un istante. Mi invase la consapevolezza di quanto stupide siano le nostre sofferenze per gelosia, quanto meschino questo tenersi alla terra rifiutando di vedere la verità.
[…]
Quindi no, non puoi essere geloso di me. Puoi soltanto essere felice della mia libertà, e di tutto quello che contiene, di tutta la gioia che ho vissuto e che vivo, di tutto quello che fa parte di me e non ti comprende, come mai un essere umano può essere contenuto all’interno di un altro. Non puoi essere geloso perché siamo fatti della stessa carne, siamo la stessa cosa, e con noi tutte le persone che abbiamo amato, che ci hanno costruite e rese quelle che siamo, e tutte quelle che amiamo ed ameremo, perché sono la nostra vita, con tutta la sua infinita ricchezza. Il momento in cui cominci a pensare che qualcuno ti appartenga è il momento in cui smetti di amarlo nel modo più alto, e cominci ad amare soltanto una maschera di lui o di lei, ad immiserirne l’esistenza. È correre verso la fine. Per ottenere le cose bisogna spesso partire dal loro contrario. Se vuoi davvero possedere qualcuno, farlo entrare e risiedere nelle vene, devi volerlo libero. Libero persino da te. L’unità, la fedeltà, si situano su di un altro livello. E necessitano di chiarezza operativa ed azioni limpide.