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Diario della prigioniera, estratto n. 33

Ho percorso con gli occhi la stanza. Non c’era nessun orologio, nessun baule. Tutto era come l’avevo lasciato la sera prima. Tranne un silenzio sospeso.

Avevo la fronte madida e un forte dolore al centro del corpo. Mi sono messa a sedere sul letto.

Ho incrociato le gambe e ho premuto le mani sullo stomaco. Quando il dolore si è calmato ho cercato di organizzare le idee. Il sogno non era stato come il precedente. Qualcosa, nel frattempo, era cambiato, si trattava di capire cosa. Doveva essere qualcosa all’interno di me. Come uno slittamento impercettibile che mi portava lontano. Dovevo cercarlo. E dovevo fare presto.

Sono scesa dal letto. Sapevo dove andare.

Ad occhi chiusi, ho messo un passo dietro l’altro lungo il corridoio, servendomi dei piedi come memoria. Mi sentivo tirare come se mi mancasse il respiro. E insieme ero lucida. Ma non della lucidità alla quale sono abituata. Una chiarezza assoluta e senza dettagli.

Ho riconosciuto la porta al tatto. L’ho spinta come nel sogno, e sono entrata. Invece della grande sala rossa, ho visto una scalinata di marmo di un bianco accecante. Mi sono tornate in mente le sue parole. Non è che un simbolo, mi aveva detto. Ho seguito l’istinto e sono andata avanti. Ho percorso dodici gradini. Sul dodicesimo gradino c’erano tre chiavi. Una d’oro, una d’argento, la terza di rame. Ho preso la chiave di rame e l’ho infilata nella serratura di una grande porta a battenti in legno. La serratura ha cigolato e poi è scattata. Ho girato la maniglia, e sono entrata.

La stanza era molto grande, e diversa da quella del sogno. Le pareti erano di pietra. Il pavimento era freddo. L’aria era ferma, umida. L’ho visto seduto nel fondo della stanza. Aveva qualcosa tra le mani.

“Ti stavo aspettando”, ha detto. Poi si è alzato ed è venuto verso di me. Mi ha preso la chiave dalle mani, è andato alla porta e l’ha chiusa a tr mandate. E’ tornato da me. Mi ha tirata per le manette al centro della stanza. “Sei pronta?”, ha chiesto. Gli ho risposto di no. Ha fatto un cenno. Nell’annuire, la maschera ha lasciato sfuggire un ciuffo di capelli. Ho guardato nell’ombra il riflesso della ciocca. Mi è tornato in mente il pomeriggio all’Archiginnasio, l’unica volta che l’ho visto in viso. Il suo sguardo piano, morbido. Inflessibile. Che non mi aveva colpito, allora. Eppure adesso lo ricordo perfettamente, adesso che non lo vedo. Conosco benissimo i suoi occhi sotto la maschera. Li attendo.

Ha avuto un attimo di esitazione. Un attimo soltanto. Poi mi ha sollevato le braccia, ha afferrato la catena delle manette e l’ha agganciata ad un moschettone di metallo che pendeva dal soffitto. Ha controllato la chiusura del moschettone tenendo ferma la catena delle manette e tirando il cavo con forza. Poi è andato verso il muro e ha azionato una leva. Il pendolo ha suonato mezzogiorno.

Il cavo si è sollevato. Ho dovuto alzare i polsi sopra la testa e mettermi in punta di piedi. Non potevo più muovermi. Lui ha posato la mano sulla superficie della leva ed è rimasto immobile. Sentivo il suo sguardo.
E’ tornato verso la sedia ed ha preso l’oggetto che aveva lasciato, una benda rosso scuro. Si è avvicinato, ha teso la benda per i due estremi e me l’ha posata sugli occhi. Ha stretto il nodo sui capelli. Ho respirato, e trattenuto il respiro. Ho sentito i suoi passi allontanarsi.

Poi ho sentito lo scatto della leva. La trazione violenta del cavo mi ha sollevata da terra. Il peso mi ha tirato i legamenti e le manette si sono conficcate nella carne. Lo strappo mi ha svuotato i polmoni. Ho gridato. Quando la leva mi ha riportata a terra ho stretto il cavo con le mani. Ha azionato ancora la leva e sono stata sollevata più in alto. Un altro strappo, più violento del primo. Mi ha teso i gomiti e i polsi. Sono ricaduta a terra senza preavviso. Il colpo alle ginocchia mi ha fatto perdere la presa. Ho gridato ancora. Sono stata sollevata ancora, di scatto. Ho sentito schioccare le articolazioni delle spalle, le manette ferirmi le mani, la cassa toracica contrarsi. Mi si è mozzato il respiro. Il dolore mi ha stordita al punto tale che per un istante non ho potuto più sentirlo. Quando le sensazioni hanno ricominciato ad affiorare ero diventata liscia e malleabile. E ho aspettato, sospesa, senza fiatare, mordendomi le labbra. Silenzio.

Poi passi. Le suole di cuoio sulla pietra, ritmate, lente. Si è fermato davanti a me. Mi ha preso la gamba sinistra, l’ha piegata ed ha incrociato la caviglia dietro il ginocchio destro. Mi ha detto di rimanere immobile. Ho avvertito il sudore colarmi lungo la benda fino alle guance. Cercavo di distrarre la mente dalla percezione esatta del dolore. Di non contrastarla né analizzarla. Qualcosa ha cominciato a scendermi lungo il corpo, dall’alto verso il basso. Qualcosa di freddo. Qualcosa a cui non voglio dare un nome, che mi ha lenito il dolore rendendo la mente di nuovo lucida. E’ con questa lucidità che ho vissuto il resto. Le sue mani, una sul fianco, l’altra assente, attesa. Un piccolo scatto metallico. Una sensazione di calore attraverso la stoffa della camicia da notte, all’altezza del ventre. Poi la lama che mi apriva. E’ scivolata sulla carne senza dolore. Appena sotto l’ombelico, un taglio breve e preciso. Ho sentito il calore invadermi insieme al sangue. Mischiarsi al freddo in discesa e completarlo. E’ partito dal ventre e si è esteso verso l’alto, attraversandomi il plesso solare, i polmoni, la gola, affondando nelle orbite degli occhi e nella fronte. Ho aperto la bocca come per respirare, per gridare.

E’ stato allora che ho sentito la sua maschera cadere a terra. Poi le sue mani a dilatare la stoffa. La sua bocca sul mio ventre, sul sangue. Le sue labbra nude.

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Diario della prigioniera, estratto n. 32

Ho aperto gli occhi all’improvviso. L’orologio al quarzo sul comodino segnava le cinque e cinquantacinque.

Le linee rosse delle cifre mi hanno dato il capogiro. Ho incominciato a sudare. Qualcosa mi artigliava allo stomaco.

Ho sentito un rumore provenire dal fondo della stanza, un rumore metallico di chiavistelli. Ho fissato lo sguardo nella semioscurità dell’alba. Dal baule è uscito un serpente di fuoco le cui spire flessuose hanno lambito il pavimento. Ho colto un lampo di scaglie, poi si è inabissato. Sono saltata giù dal letto per seguirlo. Lo sentivo frusciare. C’è stato un cigolio e la porta si è aperta. Sono uscita.

Lungo il corridoio l’ho seguito di bagliore in bagliore, muovendomi a scatti. Ogni volta che lo perdevo di vista mi sentivo mancare il terreno. Dalla sua esistenza, dalla sua posizione esatta dipendeva la mia salvezza. Lo seguivo ipnotizzata. Semicosciente.

Sono arrivata ad una porta. L’ho spinta.

C’era una sala immensa, con un grande camino che arrivava fino al soffitto. Le pareti erano interamente coperte di arazzi rosso fuoco, un rosso luminoso che feriva lo sguardo. Al centro della sala c’era un letto maestoso. Un letto regale. Il suo letto.

Vuoto.

Poi mi sono svegliata.

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Diario della prigioniera, estratto n. 31

L’ho visto seduto accanto al letto nei lucori lattiginosi dell’alba. Mi aveva svegliata il suo battito cardiaco. Sembrava assente.

Il mattino è diventato malinconico d’un tratto, un contagio oltre la soglia dell’identità. Nata dentro il suo vuoto, non sapevo più chi ero. Sentivo soltanto la violenza dello strappo portarmi alla luce come cosa diversa da me.

Ai piedi del letto c’era un involto. Mi sono messa a sedere e l’ho aperto. Conteneva un grembiule di plastica bianco a quadri rossi, con due fettucce per il collo e due per la vita. I polpastrelli sulla superficie non scorrevano. Restavano incatenati. Come me ai suoi occhi, dietro la maschera. Mi sono alzata e sono andata ad offrirmi a lui perché mi desse forma.

Nel piacere non si torna indietro, pensavo, e nella conoscenza.

Si è mosso come sostenuto da fili. L’intensità toglieva forza alle sue mani.

Ha fatto scattare le serrature ai polsi e ha soppesato le manette prima di posarle sul letto come ragnatele. Ha sfiorato sui fianchi la camicia da notte, l’ha fatta risalire arricciandola fra le dita un centimetro alla volta. Ha rallentato quando la stoffa ha scoperto l’ombelico. Ho sollevato le braccia, per incitarlo a continuare. Tenendo i lembi fra il pollice e l’indice l’ha fatta scorrere ancora e ha resistito quando la stoffa si è tesa passando sul seno. Ho sentito le punte dei capezzoli rabbrividire nel fiume solido del tessuto. Lui ha fatto passare la camicia da notte sopra la mia testa, poi l’ha lasciata cadere.

Mi ha divaricato le braccia. Con la punta delle dita, a sfiorare, ha seguito le mie vene sui polsi, lungo l’avambraccio, sotto i seni. Li ha circondati fino a riunire le dita sul cuore, i polsi rivolti verso l’alto.

Ha annodato le fettucce superiori e mi ha infilato il grembiule sulla testa, ha liberato i capelli, mi ha fatta ruotare su me stessa e ha legato il grembiule sulla vita. Mi ha portata fuori dalla stanza ammanettata. Lungo il corridoio ha aperto a chiave una porta nuova che dava su una cucina a mattonelle bianche. Accanto ai fuochi c’era un cumulo di calce.

Mi ha guidata davanti ad un mestolo e poi di nuovo davanti ai fuochi. Mi ha detto di mischiare la calce con l’urina e cuocerla. Ho preso il mestolo e ho riempito di calce il calderone che si trovava sul ripiano. L’ho messo per terra, ho aperto le gambe, ho sollevato il grembiule e mi sono piegata. L’urina mi ha innervato il corpo fino al sesso. Contro il metallo del calderone il getto si è franto e diviso in piccole stille che mi riempivano le cosce. Lui mi guardava con le braccia lungo i fianchi.

Nel rialzarmi ho sentito un rivolo scendermi fino alla caviglia. Ho messo il calderone sul fuoco e ho acceso con un fiammifero. Mi ha detto di rimestare continuamente, senza mai smettere, mantenendo il fuoco dolce e costante. Mentre abbassavo la fiamma, l’ho sentito cingermi la vita e aderire.

Fra i glutei e la base della spina dorsale, il pene gli si gonfiava a fiotti successivi. La sua forza mi scuoteva il collo e le braccia. Mi animava col flusso del sangue in risalita. Riempiva i miei gesti dal cavo dei capillari, dal cavo del ventre.

Ho preso un cucchiaio con due mani e ho cominciato a rimestare la calce. Il suo pene s’induriva di più ad ogni arco tracciato nell’aria, e sollevandosi dentro la stoffa si inerpicava per la spina dorsale come un serpente. Pian piano la calce ha preso a sobbollire. Il suo sesso premeva forte, mi percuoteva la schiena di colpi improvvisi come frustate. Ha posato la testa sulla mia spalla e ci muovevamo insieme, portati. La fiamma ha rotto la superficie densa e vischiosa della calce in ebollizione. Al crepitio sordo della prima bolla l’ho sentito mordermi la carne attraverso il tessuto. Ho lasciato il cucchiaio e il respiro a mezz’aria. Siamo rimasti cosi’, perduti, nel ritmo dei battiti, del fuoco, delle bolle, del cuore, del sesso, dello sperma.

” Sei la mia giustizia”, mi diceva, mentre veniva.

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Diario della prigioniera, estratto n. 30

E’ venuto a svegliarmi prestissimo. Ha alzato il lenzuolo e mi ha gettato sulle gambe un abito. Poi ha preso la brocca dell’acqua e mi ha rovesciato in faccia il contenuto. Mi ha tirata su dal letto gocciolante, mi ha strappato la camicia da notte e mi ha rispinta sul letto. Mi ha infilato l’abito dai piedi. Un vestito bianco a grandi fiori rossi, cortissimo. Niente slip. Niente scarpe. Mi ha tirata su brutalmente. Ha aperto le manette, le ha buttate sul letto. Ha fatto passare le braccia nelle spalline.

Ha cominciato ad abbottonarmi davanti, mi stava vicino, sentivo il suo odore. Gli ho toccato il torace guardandomi i segni delle manette sui polsi. Sotto la camicia c’era il calore del suo corpo.

Ho percorso il torace verso il basso seguendo lo sterno. L’ho percorso a dita aperte. Per una frazione di secondo mi è sembrato che rallentasse agli ultimi bottoni. Avevo le mani sui suoi fianchi e stringevo. Ha continuato ad abbottonarmi mentre il sangue gli affluiva al sesso. Ho messo le mani unite sulla cintura, accarezzavo il cuoio. Mi ha preso i polsi e me li ha chiusi nelle manette. Ha fatto scattare i fermi. Io guardavo l’erezione sul suo corpo.Mi ha fatto attraversare un portico e siamo entrati in un deposito di attrezzi. Ha preso una pala, un rastrello e un secchio. Nel retro del palazzo ha indicato dei segni che delimitavano una zona circolare. Mi ha detto di togliere i sassi e di ammucchiarli in un angolo. Non mi ha detto perché.

Non me lo sono chiesto. Guardavo la desolazione. Mi chiedevo quante ore ci sarebbero volute per eliminare tutti i sassi. Al resto non pensavo, al caldo che sarebbe venuto, alla grandezza della superficie. Pensavo ai sassi. A cominciare prima possibile. Pensavo al suo sesso eretto davanti a me.

Ho preso la pala e ho dato il primo colpo. Lui stava a guardare. La pala non è entrata nel terreno arido. Per farla affondare ho dovuto metterci il piede sopra e sfruttare il peso del corpo. Senza scarpe mi facevo male. Ho sollevato la pala e ho rovesciato il contenuto da una parte. Poi mi sono inginocchiata e ho cominciato a togliere i sassi uno ad uno. Il vestito mi scopriva e io mi sentivo schiacciare dal suo sguardo.

Ho caricato i sassi nel secchio. Per rovesciare il secchio con le manette ho dovuto posarlo e far ruotare il manico da una parte. Ho cominciato a sudare.
Ho ripreso la pala. Un altro colpo, un’altra pressione del piede. Piegarsi, raccogliere i sassi e gettarli nel secchio. Un colpo di pala, un dolore più forte alla pianta del piede. Lui era fermo nello stesso posto a braccia conserte.

In ginocchio, mani nella terra, prendere i sassi, rovesciarli. Al quarto colpo la pala non è entrata. C’era una grossa pietra che ho dovuto svellere con le mani. L’ho fatta rotolare camminando carponi nella terra, con le manette non potevo sollevarla. Mentre facevo rotolare la pietra ho visto il suo sesso contrarsi. Mi sono seduta in terra e mi sono asciugata il sudore col dorso delle mani, poi ho messo i polsi fra le gambe e ho stretto forte. Mi ha detto di rimettermi al lavoro.

Mi sono alzata, ho preso la pala e l’ho guardato. L’odiavo per l’intensità del desiderio. Per quello che mi faceva fare. Spalare la terra. Sentirmi il sesso umido ad ogni passo. Vedere il suo pene teso sul corpo fisso.

Ho passato ore in questa tortura. Ho spalato e raccolto sassi bagnata di sudore. Resistito al sole, alla fatica e al dolore, stringendo i denti. Con i piedi sanguinanti e le mani rosse. Avevo tolto i sassi da un quinto soltanto della superficie. Lui era ancora li’, col pene ancora eretto, sempre, come all’alba, mi guardava, sempre. Per l’umiliazione mi girava la testa. Per quel desiderio che passava soltanto attraverso gli occhi. Per l’orgoglio di causargli un’eccitazione cosi’ crudele da resistere al bisogno. Sono caduta. Mi stringevo il ventre con le mani, cedevo. Perdevo lucidità.
La sua voce bassa mi ha riacciuffata per i capelli mentre già affondavo. Era in piedi di fronte a me.
Mi ha detto che per togliere i sassi dovevo usare il rastrello. La pala non serviva che per terminare l’opera e svellere i sassi più grandi. Che prima di accingersi a qualcosa bisogna domandarsi come farla. Un odio primitivo mi è salito nello stomaco e mi ha reso atrocemente lucida. Mi sono sollevata sulle ginocchia, gli ho aperto i pantaloni, ho alzato la camicia. Gli ho stretto il pene con le mani sporche di terra. Una sola volta, cosi’ forte da sentire il sangue battermi sotto le dita. L’orgasmo trattenuto gli tendeva la pelle. Ho mollato la stretta e ho lasciato andare le mani lontano dal suo corpo. Ho guardato il suo sesso eretto, l’ho guardato muoversi e tremare. Soffrire. L’ho guardato mentre il suo sperma mi schizzava sulle braccia, sul vestito, sul collo, sui capelli.

Mi ha portata nel palazzo, ha tolto le manette e mi ha spogliata. Mi ha messa a sedere sul bordo della vasca, nella sala piastrellata di bianco.

Mi ha preso i piedi fra le mani e da un catino ha cominciato a versarmi acqua sulle ferite. Sotto la maschera due fili di lacrime gli rigavano il collo fino alla camicia. D’ora in poi scrivero’ per lui.

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Diario della prigioniera, estratto n. 29

Sono rimasta seduta sul letto con le gambe strette contro il torace, canticchiando in modo automatico fino all’alba. Poi sono andata a cercarlo per vendetta. Per amarlo e avere di lui lo stesso disgusto dell’inizio.

Le parole mi sono rimaste strozzate in gola sulla soglia del salotto. Come se la luce, tutto quel bianco, le avessero inorridite. Mi sono guardata le mani. Il sangue era svanito.

Ero in ginocchio, schiacciata dall’evidenza di avere avuto una visione. Le violenze della notte erano il parto grazioso della mia mente.

Vittima e carnefice riuniti per la vita nella gloria di un titanico happy ending. Cosi’ lo immagino, quello che verrà.

Ha detto che le visioni sono un rischio costante. Che da una porta aperta le cose passano. Mi ha detto di tornare in camera, i lavori cominceranno domani.

Mentre uscivo dal salotto, con tono uniforme ha aggiunto: “Adesso sai cosa succede ad alternare il caldo ed il freddo senza passare per le dovute gradazioni”.

Sono tornata a letto e mi sono distesa. Mi batteva nelle vene la sua voce.

Da quando mi ha accesa mi governa con le parole. A volte mi sembra di udirle quando sta zitto, legate attorno all’ombelico. E ogni volta che lo ascolto il desiderio è più crudele.

Ho iniziato a toccarmi senza volerlo. Ho posato le dita sulla pelle, le ho sentite intiepidirsi mentre chiudevo gli occhi. Ne ho fatta scivolare dentro una e la stringevo e la muovevo. Ogni tanto succhiavo via il piacere dalle mani. L’idea di lui sempre più ossessiva.

Ad un tratto ha cominciato a piovere. Prima qualche goccia isolata, poi un crescendo di ritmi impari in fusione. Man mano che il suono s’infittiva mi sono sentita portar via, per il corpo che seguiva la danza, fuori. Fino a non sapere più dove andare. Per un attimo ho smesso di respirare, finché mi ha persa l’orbita perfetta dell’orgasmo.

Mi ha risvegliato il dolore delle manette conficcate nell’inguine. Era appoggiato allo stipite della porta, a braccia conserte. Immobile.

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Diario della prigioniera, estratto n. 28

Sangue sulla pancia sulle gambe sulle mani sul viso svegliata da un ritmo anni ’30 sparato a tutto volume la benda sugli occhi stretta forte qualcun altro mi tiene le manette scalcio e ho le gambe ferme altre mani ancora tre persone una quarta mi solleva il bacino e mi entra dentro Though you heart is aching ho male male grido si muove dentro me You’ll get by la carne soffre la frizione il peso Hide every trace of sadness tiro i polsi nelle manette ancora più forte il dolore ai polsi nel ventre sempre più forte più rapidamente ridendo a crepapelle fischiando qualcuno fischia una mano sui miei capelli tira la musica ricomincia penetrarmi ancora Although a tear may be ever so near urlo il dolore sento il corpo mi fa male i polsi le tempie battono brucia la pelle non si ferma sempre più forte ancora Smile daccapo sempre più velocemente Smile what’s the use of crying artigli sulla gola sui capelli senza sosta sempre più forte urlare non serve ridendo un liquido caldo fra le gambe non so il mio sangue Chaplin e la monella sul viale
di schiena

un grido lungo da farmi paura

poi via

poi più niente

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Diario della prigioniera, estratto n. 27

(segue)

Dopo pranzo mi ha condotta fuori dal palazzo. Mi ha fatto vedere la terra tutt’intorno: una terra arida disseminata di sassi. Non un fiore né una foglia, nessun arbusto, solo zolle spaccate dal sole. Ho sollevato il vestito perché non s’impolverasse ma lui ha detto che era inutile, che non mi sarebbe più servito, che era già passato. Ha detto: “E’ solo un simbolo”. Non mi sono curata di quello che diceva e ho continuato a sollevarlo con le mani.

Abbiamo camminato ancora per un paio di chilometri. A metà strada sentivo già il rumore dell’acqua in lontananza. Poco prima che arrivassimo al ruscello, ha afferrato il bordo del vestito e l’ha strappato con violenza. Non ho avuto nemmeno il tempo di trasalire che l’aveva fatto in brandelli, e mi sono ritrovata col viso nella terra. Ha gettato i lembi lontano: “Non ti serve, ti ho detto”.

Poi mi ha ordinato di voltarmi sulla schiena e di tenere le manette sopra la testa. “Apri le gambe”. Ho obbedito.

E’ stato in piedi di fronte a me per un minuto intero. Mi batteva il cuore. Controluce mi sembrava una statua. Poi si è spostato piano e man mano che si spostava ho sentito il calore invadermi la pelle umida.
“Lascia entrare il sole fra le gambe. Torno a prenderti al tramonto. Da qui in poi finché torno, devi sempre avere un raggio di sole fra le gambe”.

In capo a dieci minuti avevo caldo. Poi sono arrivate le mosche.

Le sentivo ronzare intorno al corpo finché non trovavano la fonte, poi zittirsi quando si posavano a bere nel mio ventre. Quando le scacciavo ritornavano ancora più velocemente, seguendo una memoria precisa, intestardite. L’idea mi stomacava e a volte le sentivo sulla pelle nuda. O forse mi sembrava di sentirle, il ribrezzo mi acuiva l’immaginazione.

Dopo un’ora sentivo la carne bollire. Dopo un’ora e mezza mi sono accorta che il sole si era spostato e che dovevo spostarmi anch’io. E cosi’ per le due ore successive. Sole, pelle infuocata, mosche impazzite, avevo la nausea, il mal di testa. Non ho resistito.

Mi sono alzata e sono andata a bagnarmi nel ruscello. L’acqua gelida mi è sembrata una benedizione del cielo. Mi svegliava dal torpore e guariva il bruciore alle labbra del sesso.

Sono rimasta a bagno per un bel po’. Poi è arrivato. Non mi ha rimproverata. Mi ha detto solo di seguirlo perché la cena era pronta e dovevo lavarmi.

L’ho seguito starnutendo e grondando acqua per i primi metri. La strada fino al palazzo mi è sembrata molto più lunga che all’andata. Ero stanchissima. Il ruscello era stato effimero. Dopo aver pensato questa parola ho avvertito un brivido.

Mi ha fatta lavare nella vasca e mi ha portato due scatoli simili a quelli di stamattina. Un altro abito bianco, stavolta ancora più lungo. Durante la cena non ha detto una parola. Mi ha congedata dicendo di riposare. Ma non riesco a dormire. Mi sento tesa. Ho ancora nella mente il ronzio delle mosche. E ho freddo.

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Diario della prigioniera, estratto n. 27

(segue)

Mi ha sollevata e mi ha messa a sedere sul bordo della vasca, mi ha teso un accappatoio bianco ed è uscito. Poco dopo è tornato e aveva tra le mani due scatole che ha deposto ai miei piedi, una più piccola, una più grande e lunga. Mi ha detto di vestirmi e di raggiungerlo nel salotto. Mi sono avvolta nell’accappatoio. Mi sentivo serena e riposata.

La scatola più grande conteneva un vestito bianco molto semplice, senza maniche né bretelle, concepito per essere infilato con le manette, cioè dal basso. La sua solita maniacale attenzione. Quella più piccola, scarpe bianche e un fermaglio d’argento. Ho indossato l’abito, ho calzato le scarpe, ho appuntato il fermaglio tra i capelli e sono uscita.

Nel salotto, il tavolo era apparecchiato per il pranzo. Mi sono seduta di fronte a lui. Ero affamata e mangiavo con foga. Senza alzare gli occhi dal piatto, mi ha detto: “Pulisciti le labbra”. L’ho guardato, ho preso il bicchiere, ho bevuto e poi ho socchiuso la bocca. Mi sono lasciata scorrere l’acqua sul mento e sulla gola senza smettere di fissarlo.

Si è alzato, ha preso il tovagliolo, è venuto verso di me e mi ha asciugata senza dire una parola. Mi sono sentita stupida. Nel seguito del pranzo ho badato a rispettare le norme dell’eleganza.

“Credevo che sarei morta nel sotterraneo”, gli ho detto.

“Sei morta li’ “.

“Che vuoi dire?”

“Lo sai: l’hai fatto tu”.

“Il tuo seme?”

“Il seme è un simbolo. Se ti concentri sui simboli impazzirai. Devi andare oltre”.

Ho rivisto il suo sesso fra le mie mani. Ho sentito sotto le dita il palpito ritmato del suo piacere. Dopo il quale la mia prigionia era cambiata.

“Andare oltre cosa?”

“Oltre tutto. E’ tuo dovere”.

“Perché?”

“Perché la verità e l’effimero non coincidono”.

“Questo lo so. Non era necessario sequestrarmi per informarmi dell’evidenza”.

Ha posato la forchetta e ha sollevato gli occhi dal piatto. “Della verità non conosci che l’aspetto esteriore. Sei qui perché lo vuoi. Me lo chiedesti tu”.

L’Archiginnasio. Un lampo improvviso. L’anello. Ecco dove.

La calura di giugno, gl’in-folio di K. Un lettore seduto di fronte a me al banco dei rari.

Gli stessi capelli ondulati. Era venuto a sbirciare il volume di cui preparavo un’edizione.

Ha continuato: “Mi dicesti che niente desideravi di più al mondo”.

“Niente'”.

“Allora non chiedermi perché sei qui”.

“Questo mi offri?”

“Questo. Se farai tutto quello che ti chiedo, sempre, senza fare domande”.

Ascoltando la sua voce liscia, senza pori, ho cominciato a desiderarlo. E a desiderare attraverso di lui tutto quello che vorrà impormi.

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Diario della prigioniera, estratto n. 27

(segue)

Mi ha fatto scendere i gradini finché l’acqua non mi è arrivata alla vita. Poi si è chinato verso la vasca, ha raccolto un po’ d’acqua fra le mani e l’ha lasciata sgocciolare sulla mia testa. Un rivolo mi è corso sulle spalle e sul seno. L’ho guardato dissolversi, e ho portato le mani ai capelli. Le ho ritratte: erano macchiate di nero.

Ho chiuso gli occhi e sono andata giù trattenendo il fiato. Il rumore assordante dell’acqua. A lungo, finché non ho avuto più aria nei polmoni. Sono riemersa, ho respirato, ho aperto gli occhi.

Non era più in piedi sul bordo della vasca.

L’ho visto seduto di fronte a me, le mani sulle gambe, immobile. Il viso rivolto nella mia direzione. Non sono riuscita a distogliere lo sguardo. Su un fondale fisso e sfumato la sua maschera vivente. Mi sono sentita attraversare.

E’ cominciato nel ventre. Un fuoco sordo e tenace, simile al desiderio ma freddo e innaturale. Le orecchie hanno cominciato a ronzare.

Man mano che lo sentivo ha preso forma. Dal ventre si è comunicato alla spina dorsale ed ha cambiato frequenza. Chiamato, provocato.

Acceso.

L’ho sentito nascere e svolgersi alla base della spina dorsale, una scossa feroce, tendere il corpo e la mente, svegliarli, al limite del dolore.

L’ho sentito muoversi secondo la propria natura. Lungo la schiena, violento, crudo. Salire sempre più in alto. Verso il torace, attraversando lo stomaco ed il cuore, invadendo il plesso solare. Il corpo liquefatto e senza organi. Poi ancora più su, lungo la colonna vertebrale, fino alla base della testa. Trafitta da una linfa sottile, da voler gridare, e mordere.

Ho chiuso gli occhi tra i brividi. Un suono sempre più forte. Un bordone basso e mormorato, inintelligibile. Le mie membra in risonanza, il suono coincidente con la loro voce. Il mio corpo a modulare l’armonia ricevuta, col movimento di ogni sua fibra. L’unisono tra il dentro e il fuori. Sempre più profondo, irreversibile. Ho cominciato a perdere liquido dalle narici e dal sesso. Dagli occhi.

Il cuore ha cominciato a rallentare.

Lentamente, il fuoco ghiacciato è salito ancora. Ha percorso la nuca e si è esteso, ancora, dilagando sulla corona, ancora, facendomi rovesciare la testa, in un’ebbrezza mortale.

Quando ho ripreso conoscenza ho sentito le sue mani. Mi stava lavando con calma, distaccato, impenetrabile come sempre. Col braccio sinistro mi teneva per non farmi scivolare. Ho guardato il suo anello fermo nell’acqua, leggermente distorto dalla rifrazione.

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Diario della prigioniera, estratto n. 27

La prima cosa che ho notato è stato il bloc notes. Non era dove l’avevo lasciato.

L’ho aperto all’ultima pagina. Una grafia sottile e appuntita. Aste vertiginose sopra e sotto il rigo, ductus continuo, metodico, calibro disuguale secondo le lettere. Istruzioni da seguire.

Ho attraversato la stanza. La porta era aperta. Ho girato la maniglia e sono uscita. Ho percorso il corridoio facendo attenzione alle irregolarità del pavimento. Mi sentivo nascere.

In fondo al corridoio si apriva una stanza, la porta era socchiusa. L’ho spinta con una mano. La luce dell’alba mi ha investita.

La stanza era un salotto: c’erano poltrone, divani, un tavolo, un camino. Tutto era di un bianco abbacinante.
Lui era li’. Seduto su una poltrona, con la testa appoggiata allo schienale e le mani sui braccioli. Come addormentato.

L’ho guardato. Le gambe parallele, leggermente divaricate. Il torace diritto, la testa reclinata all’indietro. Alla mano sinistra un anello. Vestito interamente di bianco.

Ho lasciato scivolare le dita dalla porta. Mi sono fermata davanti a lui e ho aspettato.

Nel silenzio la sua voce ha avuto il suono delle statue: del marmo reso liscio dalla pioggia. “Seguimi”.

Si è alzato, e allora il cerimoniale ha avuto propriamente inizio. E’ rimasto davanti a me per qualche frazione di secondo, cosi’ vicino che ho potuto vedere, nonostante la maschera, che mi guardava negli occhi. Poi si è voltato ed è uscito dalla stanza. L’ho seguito. Non avevo paura.

Mi ha condotta di nuovo lungo il corridoio, ha aperto una porta e mi ha fatto segno di entrare.

Ho visto una grande sala piastrellata di bianco, con piccole bifore a sesto acuto da cui la luce filtrava in riflessi ambrati. La sala era circondata, lungo tutto il perimetro dei muri, da un sedile ricavato nella struttura portante. Al centro della sala, una vasca ad incastro colma d’acqua. Ha chiuso la porta dietro di sé.

Ha slacciato i nastri della tunica seguendo un ordine regolare: prima quelli sulle spalle, poi lungo i fianchi, a destra e a sinistra. Inginocchiato, il busto perfettamente eretto. Il lembo posteriore della tunica è caduto. Ha sfilato quello anteriore impigliato nelle mie mani. Il rito della mia nudità davanti a lui, che in quel momento non era più il carceriere. Questo ho saputo, con la naturalezza delle cose originarie. Si è tolto la giacca ed è andato a posarla sul sedile con movimenti lenti. E’ tornato. Ho sentito le sue dita sfiorarmi quando mi ha portata verso la vasca, traendomi per le manette.

(to be continued)

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