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Santa Margherita #3

Io ed A. poi finimmo la vacanza da sorelle, io guardavo la sua bellezza sul letto al pomeriggio e lei mi portava il caffè al mattino, quando non connetto e non mi muovo. La pioggia più forte del mondo, una sera, di ritorno dal mare, ci aveva inzuppate e travolte; e tanta musica, negli spostamenti soprattutto, qualche foto, una cena da fidanzate in riva al mare, col vino bianco e brille a cantare sul lungomare e a danzare la pizzica suonata dalla banda del paese, mi ero tolta le scarpe per correre e saltare e avevo i piedi neri. È tutto stampato, le unghie che le dipingevo una per una mentre sonnecchiava, con lo smalto viola; le sue crisi di gelosia; i pensieri aleggianti senza parole.

E ci separammo. Io tornai in Francia, lei in Svizzera. Decisi che volevo vivere a Santa Margherita, e che volevo vivere lì per scrivere, almeno per un anno. Avevo sacrificato le passioni troppo tempo seguendo la carriera, ero stanca delle menzogne accademiche, delle invidie. Mi mandava avanti soltanto l’affetto degli studenti. Avevo rifiutato una cattedra e banalmente dimenticato i termini di un paio di concorsi, le intenzioni inconsce mi parevano chiare. Ad ottobre lo dissi a P.; l’albergo lo gestiva lui ormai, il permesso doveva darmelo lui. Di affittare una casa non se ne parlava, niente riscaldamento laggiù. Perciò l’unica scelta era l’albergo, e mi sembrava perfetta; non sapevo niente di quello che avrei realmente vissuto lì, la prigionia, la violenza. P. nel frattempo si era innamorato. E anch’io.

Ero tornata a Santa Margherita con la mia famiglia, occasione per mio padre di rivedere la sorella e farsi coccolare al modo delle donne del sud. Una sera mio cugino mi porta in camera sua, mi spoglia, si siede sul letto e comincia a parlarmi un po’. Ho ancora addosso la sensazione di guardare le cose da lontano. Ricordo il suo corpo bianchissimo e le sue stranezze, e fare l’amore in un letto sporco. C’è stata fin da subito fra noi la diga, che da un lato unisce e dall’altro separa. Sentivo la sua forza ma la sentivo impura, trasandata. Un senso di meccanismo che non mi abbandonava, come se la ripetizione di modelli noti fosse l’unico modo che P. aveva di entrare in relazione con gli altri. Così anche nel sesso, tutta quella potenza sprecata, usata male. Gli dicevo: sei una Ferrari travestita da Cinquecento. Mi piaceva e non mi piaceva, poi lo cercavo, ma puntualmente la sua natura mi respingeva. Per lui era un mondo sconosciuto, e navigava a vista.

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Santa Margherita #2

 

L’estate prima, io ed A. ci eravamo ritrovate lì. Per me era una destinazione nota, familiare, nel senso stretto della parola perché l’albergo era di mia zia, la sorella di mio padre; per A. era un luogo come un altro in cui vedermi dopo troppo tempo, dato che lei vive in Svizzera e io ero in Francia. Mi manchi, facciamo un viaggio, andiamo al mare insieme. Andiamo.

Ma ci eravamo fermate quattro giorni lì, e lì, fra le altre cose, c’era mio cugino P.

In tutte le famiglie c’è l’inghippo, l’errore di natura, qualcosa che doveva essere perfetto e non lo è. Ecco P.: geniale e scapestrato da bambino, curioso di tutto, primo figlio di una madre strana, eccezionale; poi uno scorno dopo l’altro, il rifiuto del mondo, tre corsi di laurea abbandonati e il nulla intorno e avanti. E dietro. Sepolto da allora sotto i libri, in una sorta di allucinata rincorsa dei titoli perduti, con in più la superbia di chi le cose non è stato in grado di ottenerle, e allora le schifa. Tutta la Treccani in camera da letto. Volumi rari di riviste di linguistica del secolo scorso. Polvere a mucchi su tutto, lenzuola comprese, il piumino anche a luglio per non doverlo spostare. Tre giorni di fila con gli stessi vestiti, e i calzini spessi anche d’estate.

La prima volta che entrai nella sua camera fui presa dall’odore di naftalina dentro gli occhi e nella gola. La scusa era mostrarmi non so cosa, pochi minuti sottratti alla famiglia per due chiacchiere in pace. Mi ricordo che tenevo gli occhi bassi come una geisha; cercavo di limitare la mia presenza ad una cosa puramente fisica, mentre non lo era. Non volevo riempire quello spazio più del necessario. Quella sera poi eravamo rimasti a lungo dopo cena, sul terrazzo, tutti e tre, e A. ci aveva raccontato le sue storie. Dopo era andata a letto, e a P. ne avevo cantate quattro dal profondo del cuore.

Una persona non può ammazzarsi da sola in questo modo, non per debolezza. Questo gli avevo detto. Che degli altri bisogna fidarsi, che possono salvarci. Che doveva trovarsi una strada, una qualunque, che l’amore salva, ma non perché son sogni: è fisica, energia con le sue ferree leggi.

Non lo so quando è cominciato, so che è così: se vedo una persona bloccata scatto in avanti, entro in una sorta di trance e sono pronta a tutto; tutto pur di farle saltare il passo che la limita, la rende inferiore all’esplosione di gioia che potrebbe, o dovrebbe, essere nel creato. E poiché quando mi accade cambio colore, forma e sostanza, è difficile sottrarsi, più o meno come ai fiumi. Il senso credo sia il seguente: io una possibilità te la offro, e per offrirtela faccio una muta costosa, estenuante, convoglio tutte le mie forze verso quello scopo, mi dedico soltanto a quello; ti fornisco tutti gli strumenti uno per uno, qualsiasi esempio vivente e tutte le teorie te le dimostro con la pratica. Ci vado di mezzo, letteralmente, perché tu possa dire “lo vedo”. Se ho una forza, è quella del reagente. Oltre la mia intendo, quella che mi lascia viva nonostante la follia d’intensità che mi appartiene.

La parte ancora fertile di P. l’aveva avvertito; per cui partendo gli dissi A presto, e lui rispose crollando il capo con violenza, e ridendo forte come i bambini. E ce ne andammo.

 

(segue)

Santa Margherita

O cinquecento anime d’inverno, megalopoli d’estate.
D’estate l’agosto dantesco che blocca i movimenti, sudore ad ogni arco di caviglia; ricerca costante dell’ombra, di un ulivo, di qualunque cosa.
D’inverno, un gelo da equatore all’incontrario. Con o senza vento, ma sempre pieno d’acqua, acqua, acqua che cade, che traspira, s’infiltra, che t’intride i vestiti se li lasci un quarto d’ora sopra il letto o nell’armadio.
Umidità all’80% fisso. Sui muri che letteralmente lacrimano, di notte, a guardarli da un riflesso di lampione. Sul pianoforte nella grande sala ristorante. E l’odore di muffa, sopra ogni cosa.
Odore di morte e corruzione, che sale dentro le narici vive.
D’estate discoteche alla moda, lino bianco della gente del sud che ha nelle vene l’eleganza secolare, e un ricordo arabeggiante che nelle strade pare ieri, e nei comportamenti. Gli sguardi degli uomini incollati addosso se passi una soglia di bar perché hai finito le sigarette. Tutto rigorosamente in nero, niente scontrini, il supermercato è aperto quando pare al proprietario, il farmacista, dietro il bancone, fuma il sigaro con la porta chiusa. Gli chiedi gli analgesici tappandoti il naso e fortuna che oggi non aveva di meglio da fare che andare a lavorare, altrimenti saresti rimasto col mal di testa.
Fare chilometri per una spesa decente. Senza macchina sei finito, o conosci qualcuno o ci rinunci. Per le cose rare, due ore di strada fino alla città; idem per il tagliando all’auto, per le forniture invernali dell’albergo, per un cappotto decente.
Per la profumeria, almeno mezz’ora, sempre in macchina.

Era questo deserto che volevo. Con tutte le mie forze.
Cercavo isolamento totale, il vuoto, la strada deserta di notte e se possibile di giorno, tranne la domenica col sole e la pasticceria coi dolci buoni, appena svoltata la curva. Una sola banca. La gente che si conosce per soprannome. Tutti che sanno di tutti, e io no, nascosta. Questo volevo.

Il film era il seguente: l’inverno desolante di un luogo iperturistico. Il porto e le banchine galleggianti. L’albergo vuoto.
E carta e penna.

(Segue)

Uomini e motori

Oggi ho guidato per ore.
Sono stata in un posto che conosco benissimo e che non ho calpestato mai, la chiesa alle porte della campagna. Ho fermato la macchina e ho rullato una sigaretta seduta sul muretto. C’era un sole violento.
Da lì ho imboccato una stradina sterrata e mi sono addentrata nella vegetazione. Ho vagato lentamente per molto tempo, attraversando fossi ombrosi e lunghi rettifili silenziosi. Mi sono volontariamente persa: una cosa che faccio soltanto nello stato di grazia. Eppure stavo malissimo. Ma la contraddizione è solo apparente – esistono diverse specie di dolore e ce n’è una, preziosa, che invece di sottrarre forza ne aggiunge, perché spacca a metà e fa uscire la linfa.
Ho visto case e casette, trattori, cespugli, alberi a fiotti e nessun essere umano.
Poi sono stata al faro. Poi a San Michele, dall’alto vedevo le colline e una cavalletta gigante ferma immobile, che agitava l’addome lentamente.
La macchina si era fermata molte volte e già per accenderla, ore prima, mi ci era voluta la santa pazienza. Stavolta niente, proprio non ne voleva sapere di ripartire. Scendo e cammino. Vedo due uomini e un bambino, spiego, guardiamo il motore, riesco a ripartire da sola. Al primo incrocio la macchina si ferma. Intendo in mezzo all’incrocio. Niente potrebbe alterarmi oggi, viaggio alla mia velocità naturale, perciò resto calmissima mentre le macchine sfrecciano a destra e a sinistra. Riparto a fatica, m’infilo in una stradina in discesa. La macchina si ferma ancora. Riparto. Si ferma. Riparto. Gorgoglio scoppiettante, odore di benzina.
Sono fuori dal mondo ma non fuori di testa, la prudenza è d’obbligo, accosto. Non ho nemmeno bisogno di spegnere il motore: ci pensa da sé appena freno. Chiamo mio padre. Comincia a cadere una pioggia brevissima a gocce immense nel sole pieno (questa cosa mi fa impazzire e scendo dalla macchina a prenderne un po’).
Arriva mio padre. Apriamo il vano motore: il carburatore è mezzo svitato. Serve una chiave. Papà, gli dico, proviamo a chiedere lì. Si addentra nell’atrio scuro (io rimango indietro per non ferirlo: sarebbero cose da maschi e lì dentro ci sono solo maschi, mio padre è un uomo all’antica).
Quando ne esce, è accompagnato da tre uomini. Due fra i 40 e i 60, un terzo più giovane.
Comincia la danza più bella del mondo: quattro uomini davanti a un motore. Chiave 8, Non ci si passa!, Forse così, È il carburatore, lo sì vist che è svitato (tutto in dialetto), Ma mo lo avvito, Dammi quell’altra, No, quell’altra, Te lo sò ditt’ io, Ma mi vuoi ascoltà? Eeecc, lo sto a ffà, nu mumend’, Iamme prova mo!
(Mio padre prova a riavviare il motore. Il motore geme. Geme ancora. Niente).
Vabbò ma allora ci stà caccos’aldr… Famme vedè, aspett’. Vediamo le candele. Ma non pozzono ess le candele! Scì ti dico. Vuoi vedè? Eh, Stè, quando te lo dico, eh? Vai mo!! Vai vai!
(Stefano, il più giovane, si è sostituito a mio padre nell’avviamento motore. Naturalmente ognuna di queste persone possiede una cinquecento. Naturalmente non è un caso. La macchina non parte).
Allò mo facciamo n’andra cosa. Io mo stacco il tubbicino della bbenzina, la faccio uscì npo’, ce ne sta tropp’. Vai mo Ste! Anz aspett’, mo ci metto pure quess, lo vedi che la stecca dell’acceleratore esce, la fermiamo, Andò portami lu filo di ferr!
(Antonio esegue. C’è sempre un capo: in questo caso è Andrea. Andrea è piccolo, tarchiato, tatuato. Il capo perfetto. Avvolge un pezzo di fil di ferro attorno al perno dell’acceleratore. Stefano si rimette al quadro. Andrea con la mano dentro al motore aziona l’acceleratore da lì. Io tremo un po’. Quando la mano esce dal motore, ne spiccano due gocce di sangue rosso. La macchina non parte. Ognuno espone le sue teorie. Mio padre si limita a pochi interventi, è un signore nato. Si decide di spingere. Si spinge una, due, tre volte. Niente).
La pompetta C! Ecco cos’è! No, nunn’è la pompetta C, è solo ingolfata, ma mo parte, te lo faccio vedè come parte. Mo ti faccio vedere! Vai Stè!
Intanto è passata un’ora, la pioggia non cade più. Tre uomini cominciano a spingere la macchina in ogni direzione, sventato un incidente mortale, in terza non parte, si riprova – Te lo sò ditt che devi mette la seconda! – , si riprova ancora, la macchina parte.
Parte e scompare. Stefano le fa fare un giretto per pulire il carburatore.
Io batto le mani. Mio padre pure. È sudato e felice. Siamo tutti euforici. Andrea ci racconta che è meccanico “Al quarand’ peccendo”. Stefano, che l’ha fatta partire, è un maestro di arti marziali. Scende dalla macchina e mi sorride.
Si va a bere una birra tutti insieme. Offre papà.
Nel bar, mio padre dice: Però, figlia, ti sei fermata proprio al posto giusto.
Stefano mi guarda e dice: Non esiste il caso.
Io lo guardo, sorrido.
No, non esiste.

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Metti una sera a cena

Allora, l’altro ieri sera il capo ha organizzato la cena di fine-trimestre, per festeggiare i nostri successi eccetera. Avevamo pensato al ristorante ma la collega Susi ha il cane, e non poteva lasciarlo solo a casa perché la sua migliore amica, quella che in genere glielo tiene, se n’è andata alle Canarie col suo amante attuale (la stronza è fidanzata da tre anni, non vorrei essere nei panni del suo ragazzo, le donne sono tutte uguali). Dicevo, la collega Susi è una gran figa, piace a tutti noi indiscriminatamente e nessuno se l’è sentita di escluderla; perciò ho avuto un’idea, e ho detto: “Facciamo la cena a casa mia. Non sarà il Grand Hotel ma c’è spazio per dieci persone, sarà una cena più intima e se ognuno porta qualcosa mangiamo anche meglio”.
Il capo prima ha guardato la Susi, con aria sedotta, poi ha guardato me, con aria perplessa, infine ha emesso un sospiro, ha incrociato le dita e ha detto: “Affare fatto”. In quel momento ho pensato: Se la cena va bene, e quello riesce a guardarsela tutta la sera senza la moglie tra le palle, io mi becco la promozione.
Ora, io quella promozione la voglio. Me la merito, sono bravo nel mio lavoro, lo so che sono un po’ rompipalle, che ogni tanto do di matto, ma che ci posso fare è il mio carattere, è la creatività. L’unica cosa che devo fare per arraffare la promozione è riuscire a stare abbastanza lontano dalla Susi durante la cena, mi dicevo, non fare casini et voilà, tutto qui. Facile. Ce la posso fare.
Perciò quando ho sentito il primo campanello mi sono piantato in soggiorno a gambe larghe, ho respirato tre volte a fondo e poi ho sorriso da solo e sono andato ad aprire la porta.
Per fortuna non era la Susi, se mi fossi trovato solo con lei in casa da solo addio promozione, mi conosco, per fortuna era Aloisio, lo sfigato del reparto fotocopie. Ma se uno può avere un nome così. Comunque, grazie a dio era lui, e poi sono arrivati gli altri quasi tutti insieme, così quando ha suonato la Susi ero già bello indaffarato, insomma non ci pensavo più di tanto.
I problemi sono cominciati quando ci siamo messi a tavola. Dio santissimo, la Susi è proprio bella, e in più ha una specie di ingenuità, non saprei, voglio dire che una qualunque altra donna, con una scollatura come quella, sarebbe stata volgare, e invece lei no. Io cercavo di non guardarla e la cena andava benissimo, quando mi accorgevo che mi saliva la pressione mi alzavo e andavo a bere un bicchiere d’acqua fredda.
Ma porca la puttana, Giovanna aveva portato le fragole. Le fragole con il succo e la panna, e le aveva pure lasciate intere, maledetta lei. Io questo non potevo prevederlo. Guardavo la Susi mangiare quelle fragolone rosse, un po’ piegata in avanti per non sporcarsi, e quelle tette che s’intravedevano dalla scollatura, avevo il sudore che cominciava a colarmi ai lati della fronte. Con uno sforzo sovrumano di volontà potevo ancora farcela, giuro, per la promozione questo ed altro, cercavo di distrarmi guardando il capo e pensavo Ce la faccio Ce la faccio, ma ad un certo punto alla Susi è caduta una fragola grossissima dalla forchettina, e quella stronza della fragola dove va a cadere? Proprio in mezzo alla ciotola che conteneva tutto il succo.
Ralenti.
Immaginate la fragola in bilico sulla forchettina. Guardatela traballare, grossa com’è, restare appesa solo per un lembo e poi cominciare la sua inarrestabile caduta. Guardatela volteggiare, precipitare e poi schiantarsi nel piattino col succo, con tutto il suo demoniaco purpureo peso. Guardate il succo nel piattino, frustato da quella immensa, lucidissima fragola, e seguite uno per uno i filamenti di liquido che si sollevano, si allungano, scoppiano e cominciano a volare tutto intorno. Guardate le gocce schizzare sulla scollatura di quella donna meravigliosa, e guardate alcune di quelle gocce, le più grosse, colare lentamente nel bel mezzo del suo seno.

Se siete riusciti nell’esercizio, sapete perché oggi lavoro come fattorino a 7 euro lordi l’ora.

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Dopo la palestra

Non se ne accorgerà nessuno. Ne sono più che sicuro. Persino i nostri migliori amici a volte ci confondono. Una volta, quando eravamo adolescenti, per gioco io e Giacomo ci siamo anche scambiati le ragazze. Essere identici dà una sicurezza strana, è come vivere in un bunker delle percezioni, un posto in cui non ti puoi sbagliare su chi sei, perché ce l’hai davanti tutti i giorni. Per noi due nemmeno lo specchio è mai stato davvero necessario. In un negozio, non mi serve il camerino: so se una camicia mi sta bene semplicemente guardando Giacomo. Potrei pettinarmi stando in piedi davanti a mio fratello. Al mattino so che faccia ho nel momento in cui lui entra in cucina, perché facciamo la stessa vita, andiamo alle stesse serate e prendiamo le stesse sbornie, e la nostra pelle, le nostre occhiaie, il nostro alito reagiscono nello stesso, identico modo. Per questo ci siamo scambiati le fidanzate, a 14 anni. Volevamo vedere se almeno loro si sarebbero accorte della sostituzione.
E invece no. Io ho fatto l’amore con Giulia, e Giacomo con Annalisa. Per un intero week-end. Poi siamo tornati a casa, abbiamo vomitato nel cesso insieme e abbiamo scritto una lettera di addio da spedire ad entrambe.
Solo che la mia lettera per Annalisa era la fotocopia dell’originale.
È sempre stato così: l’originale a Giacomo, la copia a me. Giacomo in terza elementare era il primo della classe già da due anni, e io sono sempre stato il secondo. Alla maturità lui ha preso 60, io 58, alla laurea lui 110 e lode e io 106, anche se la tesi l’avevamo scritta insieme, due tesi a due mani, su due argomenti diversi.
Mamma e papà dicono di amarci entrambi allo stesso modo, però io so che non è vero. Quando eravamo piccoli e la mamma ci portava in camera latte e biscotti, cominciava sempre dal letto di Giacomo. Una volta gliel’ho chiesto. Lei mi ha risposto che cominciava da lì soltanto perché il letto di Giacomo era più vicino alla porta. Le ho sempre creduto. Fino a ieri. Ieri io e Giacomo abbiamo ricevuto la risposta alla candidatura che avevamo fatto per la stessa azienda.
I nostri curriculum sono praticamente identici. Abbiamo la stessa età, la stessa faccia, lo stesso back-ground, la stessa formazione. Nella sezione Hobby abbiamo indicato lo stesso passatempo. Per loro dovremmo essere uguali, come per tutti gli altri: e invece hanno preso lui. E non me.
Non se ne accorgerà nessuno.
Stasera, quando Giacomo tornerà a casa, come fa tutti i giovedì dopo la palestra, io gli andrò incontro, mirerò bene alla giugulare e gli infilerò nel collo il tagliacarte. Lui si dimenerà ma sarà sorpreso e terrorizzato e non potrà avere la meglio su di me, che sono identico a lui, ma lucido. Aspetterò che sia morto, avvolgerò il corpo nella coperta matrimoniale, lo legherò con la corda dei panni e lo porterò in garage. Poi prenderò il telefono, chiamerò l’azienda e chiederò a che ora devo essere al lavoro domattina.

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L’eco

Nella cucina fa un caldo asfissiante. La luce entra dalle imposte a lame infuocate e nelle fette d’aria galleggia un pulviscolo denso. Clara si guarda le vene sulle gambe. 
Prova a tastarne qualcuna per vedere se fa male, ma niente, nessun dolore. 
Solo ramificazioni. Ripetute, sottili. Visibili. 
Stende le gambe sul bordo del tavolo, posa un gomito fra la tazzina e il giornale e chiude gli occhi. Il sudore s’incolla alla sottoveste e cola fra i seni pesanti provocandole un fastidioso prurito. Apre gli occhi e non vede più niente, solo le lame infuocate. 
Sono trentadue anni che l’ha lasciato. Era ancora sul vertice delle cose, allora. Le sapeva cavalcare; a tentoni, magari, ma di getto, un impulso irrefrenabile di andare, di modificare, distruggere, ricreare. Cosa volesse ricreare, all’epoca, non se lo ricorda più. 
La condensa sul thè freddo sta cominciando a evaporare. Clara poggia l’indice sul bicchiere e lo percorre dall’alto in basso, poi solleva la punta del dito e un rivolo scende fino alla base del bicchiere, bagnando il tavolo.
Il silenzio è assordante. Clara muove le gambe e la sedia scricchiola sotto il suo peso, ma subito il silenzio si richiude formando un cerchio perfetto. C’è un buco nuovo sulla sottoveste. Maledette sigarette.
Se lo ricorda bene, il suo sorriso triste. Sempre con gli occhi a cercare qualcosa di lontano, di mai raggiunto. L’aveva lasciato perché l’amava così tanto, forse, o forse per l’altrove che lo abitava, invadente e imprevedibile. Qualcosa nel suo essere donna, a cui ripugnava persino il suo nome. 
Quel nome adesso Clara lo ripete a denti stretti. Si aggiusta la sigaretta fra indice e medio, guarda la brace in cima, poi aspira a fondo e trattiene il fumo in bocca. 

Trattenere le cose.
La pelle tra una gamba e l’altra sta cominciando a sudare e a diventare scivolosa. È come con le persone, pensa Clara. Ci vuole fegato per continuare.  
Il calore che s’infiltra dalle imposte ha un peso sordo. Beve un sorso di thè che le lascia la gola più arida di prima, poi si alza, fa qualche passo per la stanza. Il paralume si è sdrucito, pare il ricordo, quando te le regalano, le cose non ti servono, e quando poi vorresti usarle sono tutte scucite. Ci aveva provato a ricucire; qualche telefonata, un viaggio in treno, poi più niente. 
Si è accesa la ventola del frigorifero. Bisognerà scongelare quel pollo, ma con questo caldo, con che coraggio mangiare pollo. Clara non è neppure sicura di avere fame. Il buco allo stomaco è la storia, con personaggi che entrano ed escono, e non restano mai. E quando se ne vanno, lo fanno col cuore a pezzi. Adesso sarebbe qui, pensa. Parleremmo di niente e ci asciugheremmo il sudore, poi faremmo all’amore in penombra, come allora.
Chissà se il suo odore le darebbe ancora fastidio, di notte. Chissà se l’amerebbe come quando aveva vent’anni. Chissà se direbbe ancora le cose con quell’aria di sacramento. 
Va verso i fuochi e accende il gas. Poi apre il freezer, prende il pollo, lo mette in padella ancora congelato. Fuori il pomeriggio ha incominciato a calare. Dalla strada non arriva nessun rumore.

finestra 1 (lollipop)

Faceva un caldo insopportabile. Claudia era stesa per terra in cucina e guardava il soffitto, di tanto in tanto cambiava posizione per trovare mattonelle più fresche.
La gatta dormicchiava nell’angolo vicino alla dispensa. La mamma era uscita. Non si sentiva niente.
Claudia si annoiava e aveva caldo.

Di botto pensò ai vicini dell’appartamento di fronte. Avevano una finestra che dava proprio sul suo soggiorno e l’anno prima ogni tanto li aveva spiati, mentre traslocavano. Poi non ci aveva pensato più. Ma adesso, che si annoiava e aveva caldo, l’idea pareva allettante.

Camminò lentamente verso il soggiorno, a piedi nudi. Arrivata davanti alla finestra, scostò la tendina e guardò.

Non c’era nessuno. Si vedevano solo i poster sul muro, la lampada cinese e un paio di pantofole nere ai piedi del letto. Claudia sedette annoiata sulla panca del pianoforte. Il velluto sintetico la riscaldava. Per farsi aria sollevò la gonna.

Si guardò i piedi paralleli, mosse un po’ le dita e li guardò di nuovo. Erano quasi uguali, ma il destro era più piccolo. Come il suo seno destro. Si ritrovò a toccarlo attraverso la canottiera, lo percorse tutto intorno per misurarlo, poi li toccò entrambi, facendo coppette con le mani. Siccome era sovrappensiero, tirò giù le bretelle e si mise a toccarsi i seni nudi, facendo circonferenze con le dita. Si contava i nei e osservava i capezzoli. Li toccò un po’ di più e i capezzoli s’irrigidirono, diventarono come bottoncini, e lei cominciò a titillarli dando loro piccoli colpi con un dito solo.

Nel mezzo di queste cose fu attratta da un movimento con la coda dell’occhio. Guardò dritto di fronte a sé e vide il vicino, in piedi davanti alla finestra aperta, che la fissava. Non riuscì a staccarsi le mani dai seni per la sorpresa. Il vicino non smise di fissarla. Entrambi in fermo-immagine, l’avvocato e la ragazzina.

Nei giorni successivi Claudia tornò a scostare la tendina quando era sola in casa. Un mercoledì pomeriggio lo vide lì. Ebbe un sussulto, ma non indietreggiò. Tirò giù le spalline della canottiera e restò lì ad aspettare. Per un minuto non successe niente. Poi lo vide mettere una mano sul davanzale della finestra. Lei restò immobile coi seni nudi, poi alzò la gonna come quando aveva tre anni, ma con uno spirito diverso, almeno così le pareva.

Richiuse la tendina quando il vicino tolse la mano dal davanzale e se la mise sui pantaloni. Non capiva bene perché, ma le sembrava una cosa da non guardare. Però il giorno dopo ci tornò, alla finestra, e quello dopo, e quello dopo ancora. Tirava giù le spalline, sollevava la gonna e restava a guardare mentre lui si toccava.
Il gioco finì quando la moglie del vicino rientrò un po’ prima del solito. Allora Claudia sentì gridare, e poi più niente, e poi i vicini traslocarono.
E Claudia si mise ad aspettare i prossimi vicini.

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